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GIOBBIACCIA

Dal 1866 a Varallo il giovedì grasso dell’ultima settimana di carnevale è il “giorno della Giobbiaccia” (dalla voce dialettale: “giobbia grass”). Questo giorno è destinato alla beneficenza che si effettua con la vendita di una canzone dialettale composta appositamente ogni anno: la “Canzun d’la Giobbiaccia”.

 

Dal 1866 a Varallo, il giovedì grasso dell’ultima settimana di carnevale, si festeggia la Giobbiaccia. Si tratta di una delle tradizioni più antiche del Carnevale varallese, seconda solo alla Paniccia e alla conseguente Raccolta della Legna. In una cronaca del giCARNEVALE_VARALLO_2016_GIORGIO_PERRONEornale “Il Monte Rosa” del 13 febbraio 1875 si legge: “La Giobiaccia ha la vita di una decina d’anni; nata in un anno di calamità, per opera di una società di giovani varallesi fiorì per qualche anno e poi… ci volle sempre del bello e del buono per rappezzarla ogni anno bene o meglio”. Con queste poche parole il cronista di quasi un secolo e mezzo fa, narrava così origini, storia, pregi e difetti di questa usanza. Ma come nasce la Giobbiaccia? Fu la conseguenza di anni nefasti per la Valsesia. Dal 1861 al 1870 si registrarono inverni molto duri, inaspriti da varie calamità: incendi, neve, gelo, epidemie, disgrazie.

Nell’inverno del 1865-66 divampò improvviso un tremendo incendio a Quarona. Le fiamme sì propagarono rapidamente tra le abitazioni dai tetti di paglia. In breve il rogo divenne enorme, mentre fiamme altissime si alzavano nell’aria col rischio che il fuoco assumesse proporzioni ancora più estese. Ceneri e faville caddero addirittura sulla piazza di Borgosesia. Il giorno dopo tutta la Valsesia non parlava di altro: venti famiglie di Quarona erano sul lastrico. Le possibilità di aiuto delle autorità erano allora insufficienti e si aprirono quindi delle sottoscrizioni. Su questo sfondo cominciò il carnevale del 1866. Il giorno di giovedì grasso, sull’eco della vicina disgrazia, una schiera di giovani e di studenti varallesi guidata dal tipografo Francesco Colleoni, si propose di approfittare delle feste carnevalesche per raccogliere aiuti per gli incendiati. Questi giovani si rivolsero al dott. Giuseppe Rotta, poeta vernacolo di Varallo, e da lui si fecero comporre una canzone dialettale da distribuire il giovedì e che pertanto venne chiamata “Canzone della Giobiaccia”. In quel giorno, i giovani ideatori della manifestazione girarono per le vie del paese sommariamente mascherati, fermarono passanti e bussarono alle porte vendendo copie della canzone e raccogliendo elemosine che vennero poi devolute alle famiglie quaronesi.

Ecco come le cronache del tempo ricordano la tragedia di Quarona.

Incendio
Domenica passata verso le 7 del mattino sviluppavasi un grave incendio in quella frazione del Comune di Quarona in cui sorge la Casa Comunale. La gente era tutta in Chiesa, e non si accorse del fuoco se non quando le fiamme già avevano invase parecchie case. Non si sa perciò né come né dove abbia avuto principio. La più probabile però delle supposizioni è questa: che alcuna persona nell’affrettarsi a cagion della messa a governare i bestiami abbia lasciato cader dal lume la moccolaia che poi accese lo strame. Il fuoco trovò facile esca, perché quelle case, oltre a contenere la raccolta delle legne e dei foraggi per l’inverno, per disgrazia maggiore erano quasi tutte coperte a paglia. Le fiamme si alzavano gigantesche, alimentate da tante materie di facile combustione, e aiutate dal vento che, a quanto ne fu riferito, portò le favalesche fino alla piazza maggiore di Borgosesia. Appena si scoperse l’incendio, tutti i Quaronesi accorsero per ispegnerlo, per salvare la roba, per limitarlo. E insieme coi Quaronesi si affaticarono il pubblico intiero di Doccio e molte persone d’altri circostanti paesi, sollecitamente venuti a prestar volonterosi la propria opera. Si deviò l’acqua d’un non discosto mulino per averla più vicina al luogo dove abbisognava. Si copersero di drappi bagnati le case che più minacciavano d’essere acce-se. Si tagliarono tetti e mura per togliere la strada alle fiamme invaditrici. Insomma si fece quanto meglio si poteva nella difficile emergenza per rendere meno gravi i danni dell’infortunio. Tutti fecero il loro dovere, e lo fecero di gran cuore. Ci vengono poi segnalati in particolar modo i nomi dei Carabinieri della Stazione di Borgosesia, Bosso 2°. Aniello appuntato e Dalfibbro 1°. Luigi, che trovandosi appunto in corrispondenza poterono, primi dell’Arma, vedere l’incendio e correr sul luogo, e prestare nello spegnerlo opera attiva, coraggiosa e intelligente. E ci si segnala pur quello dell’Usciere Pietro Fiori, che si distinse nel salvar oggetti di mobilia. Grazie alle concordi fatiche di tutti, verso le undici ore l’incendio era domato. Solo a quest’ora l’annuncio arrivò a Varallo, onde le pompe che immediatamente partirono coi nostri bravi pompieri, con l’Arma dei Carabinieri e con parecchi cittadini, tra i quali notammo il signor Sotto-Prefetto del Circondario, arrivarono al luogo del disastro troppo tardi. Sette case furono consunte. In alcune di esse non si poterono salvare le mobilie; in nessuna i bestiami. Giuste le nostre informazioni il danno ascenderebbe a una somma dalle 15 alle 18 mila lire. La carità cittadina non si fece aspettare. Diversi Quaronesi ritirarono nelle loro case gl’infelici che il fuoco aveva privato di roba e di tetto in questa trista stagione. Si provvide così ai primi e più urgenti bisogni. Ma questo non è certo sufficiente. La carità cittadina non si arresterà qui. Noi siamo sicuri che si faranno collette e sottoscrizioni a pro dei poveri incendiati; collette e sottoscrizioni che saranno, come in altre egualmente dolorose circostanze, abbondevoli e sufficienti a diminuire in gran parte i danni toccati. Accennando a questo, noi siamo certi di dir cosa che è già nella mente di tutti, e a cui forse già si è cominciato a dare effetto. Le nostre colonne saranno sempre aperte per quelle pubblicazioni che si stimassero opportune.
Da “Il Monte Rosa”. Varallo, 16 dicembre 1865

 

Canz un d'la Giobbiaccia 1874 Carnevale Varallo NegCanzun d'la Giobbiaccia 1961li anni seguenti l’usanza della Giobbiaccia proseguì con la composizione, la stampa e la vendita di altre “Canzun” e nuove questue. In questo modo si radicò la consuetudine della Giobbiaccia: un modo efficace per realizzare, grazie all’allegria del carnevale, beneficenza e filantropia a favore dei meno fortunati. A questo punto a Varallo nei giorni di carnevale si raccoglievano due oboli: quello per la Paniccia e quello per la Giobbiaccia. Quest’ultimo veniva devoluto ai bisognosi del momento o comunque a quelli che versavano in condizioni di bisogno. In seguito si preferì, con il ricavato della vendita della canzone della Giobbiaccia, confezionare e distribuire ai poveri del pane, appunto il “pane della Giobiaccia” , ma l’elemosina trovava un significato solo nel caso di una particolare necessità. Per questo si finì col devolvere i proventi della Giobbiaccia a favore della Paniccia. L’usanza cominciò a decadere ed infine fu fondata una “Società della Giobiaccia” con lo scopo di far rivivere la consuetudine. Ma è ormai da molto tempo che non si celebra più una vera e propria festa della Giobbiaccia. E’ invece sopravvissuta la Canzun che è divenuta la vera canzone del carnevale. Dal 1866 ad oggi, salvo pochi anni eccezionali, è quasi sempre stata scritta una Canzun. Scorrendo le Giobbiacce composte in questo secolo e mezzo è facile individuare una certa ripetitività nella composizione. I versi seguono pochi modelli fissi e sempre uguali: allegria, filantropia, meriti del carnevale, satira, colore locale. Se si pensa che per diversi anni il poeta che componeva la Canzun era sempre lo stesso, è facile immaginare come fosse difficile trovare sempre nuovi spunti. Comporre la Canzun era comunque un onore. Non a caso si ebbero specie di “controgiobiaccia” , di “anti-giobiaccia” e doppioni che rivelano quanto fosse ambita questa opportunità. Se si ricercano i componimenti dialettali legati al carnevale, è possibile trovare una quantità di poesie di ogni genere: canzoni della Giobbiaccia, della Resga, del Carnevale, delle sfilate, della Pasquetta, testamenti ed inoltre carmi e poesie che piovevano da comitati, da gruppi di amici, dalle frazioni. Ognuno, appena si sentiva, non esitava a immortalare e immortalarsi, cimentandosi col dialetto valsesiano. E’ inoltre da riportare l’usanza, per anni particolarmente difficili o con problemi organizzativi, di cercare di mantenere la tradizione ristampando famose canzoni del passato.

I POETI DELLA GIOBBIACCIA

Difficile parlare di tutti i poeti della Giobbiaccia. Infatti, delle decine e decine di poeti dialettali valsesiani, si può dire che quasi tutti si siano dedicati ai componimenti carnevaleschi: per un poeta in vernacolo l’argomento carnevalesco è istintivo e naturale, e spesso rappresenta il punto di partenza o di arrivo dell’ispirazione. Per questi motivi non esiste poeta vernacolo che non si sia trovato a dover buttare giù, di getto, qualche strofa di poesia di carnevale. Quindi parlare di tutti gli autori carnevaleschi significherebbe praticamente parlare di tutta la musa vernacola valsesiana. I poeti autentici della Giobbiaccia sono molti. Alcuni scrissero solo poche edizioni della canzone legando il loro talento per lo più ad altre occasioni o si mantennero anonimi. Altri invece stesero diverse edizioni e il loro nome comparve per diversi anni, a volte anche per decenni. Vale la pena tracciare un breve profilo dei principali autori che hanno legato il loro nome all’usanza della Giobbiaccia.

 

Giuseppe Rotta

Medico chirurgo di chiara fama (Varallo 1817-1877), fu il primo compositore della Canzun, raccogliendo l’invito del tipografo Francesco Colleoni che si rivolse a lui per concretizzare l’idea della Giobbiacia. Scrisse 4 edizioni.

Gian Giacomo Massarotti

Insegnante, giornalista, segretario comunale di Rassa e di Varallo (Varallo 1830-1890). Fondò i giornali “La Ribebba” e “Il Valsesia”. Compose una quantità di versi e poesie in italiano e in vernacolo, tra cui la Giobbiaccia dopo la morte di Rotta.

Cesare Frigiolini – Pataccia

Nato nel 1834 da una famiglia oriunda di Sabbia, ebbe una carriera militare rapidissima, diventando ben presto capitano dei Bersaglieri a Roma, dove rimase fino alla morte avvenuta nel 1892. Si può considerare il più grande nome della poesia dialettale valsesiana. Dalla capitale del Regno scrisse la maggior parte delle sue poesie.

Arrigo Imazio – Cliss

È il poeta valsesiano carnevalesco per eccellenza degli anni ‘20, ‘30 e ‘40. La sua vena poetica durò una ventina di anni. Da segnalare il periodo storico non favorevole per la satira carnevalesca: Cliss evitò la censura fascista, senza indulgere al servilismo opportunistico dell’epoca. Di professione pasticcere, operava nel suo negozio in corso Umberto ed era fratello di Cleto Imazio, primo interprete di Marcantonio nel 1905.

Luigi Balocco – Balocch

Orfano di guerra, era impiegato all’ufficio del registro. Ottenne molti riconoscimenti per le sue composizioni in italiano e in dialetto. Compose ininterrottamente la Giobbiaccia dal secondo Dopoguerra per 28 edizioni. Morì nel 1985. La moglie, Angela Moretti Balocco, ha poi raccolto e pubblicato postume le sue composizioni in tre volumi: Afflato dell’anima (1987), A n’riva ‘l’ Creus (1992) e Stille (1998). Germano Ceralli – Ciaia Nato a Rossa nel 1928, ma residente a varallo da sempre, è stato giornalista e imprenditore. Fu per tanti anni emigrato a Roma al seguito del ministro Giulio Pastore. Compose la Giobbiaccia per 12 edizioni.

Adolfo Pascariello – ‘L Bastun\Foffu

Di professione medico radiologo, è nato a Varallo nel 1951, dove tuttora risiede. Scrittore, storico locale, cultore della poesia dialettale, ha impersonato Marcantonio per tre anni. Autore della Giobbiaccia dal 1993 al 2015. Da ricordare il suo impegno a favore delle popolazioni del Nepal, per le quali ha portato avanti numerosi progetti di solidarietà.

 

Nel 2016 la Canzun d’la Giobbiaccia è composta a quattro mani da Christian Pianori (Mae) e Daniele Conserva (Cua).

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