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STORIA

Il carnevale di Varallo ha una storia secolare. Nel 2005 è stato festeggiato il centesimo anniversario dalla prima interpretazione della maschera. Le manifestazioni sono organizzate da un apposito Comitato, che ogni anno si costituisce in autunno e organizza le iniziative dell’anno successivo. La tradizione più antica (non sono certe le origini, ma almeno alcune centinaia di anni) è la Paniccia, il minestrone che un tempo serviva per garantiure un piatto caldo a poveri e carcerati. Il simbolo del carnevale di Varallo è la “Lum”, un piccolo lume ad olio che un tempo rischiarava le veglie dei montanari valsesiani: l’icona della Lum nacque nel durante una veglia all’Osteria del Lupo nel 1876 e da quell’occasione divenne simbolo del carnevale con la sua linea semplice ma con i suoi valori importanti: illuminare e riscaldare

 

 
 
 

ALLE ORIGINI DEL CARNEVALE

Non ci sono informazioni precise sull’origine del carnevale di Varallo. E’ certo, però, che i festeggiamenti si ripetono da parecchi secoli. Nel corso della storia si sono alternate tradizioni più radicate a manifestazioni recenti, in un susseguirsi di consuetudini che hanno subìto una continua evoluzione. L’iniziativa più antica è certamente la Paniccia, che simboleggia il carattere filantropico e caritatevole del carnevale. La Paniccia consiste nella distribuzione a carcerati e poveri, nel giorno del martedì grasso, di una sostanziosa minestra di riso e verdure. La preparazione e distribuzione di questa pietanza  sono una testimonianza della profonda spiritualità dell’antica Valsesia. Salvo occasioni eccezionali (ad esempio alcuni anni della seconda guerra mondiale) la Paniccia è stata preparata ogni anno.

Marcantonio e Cecca sono, invece, figure recenti, mentre la Veggia Pasquetta, oggi figura secondaria, è di antiche origini. Un’altra delle iniziative più antiche è certamente la Giobbiaccia o Giubiaccia. Questa usanza prese il via nella seconda metà del 1800. Gli anni dal 1861 al 1870 furono catastrofici per la Valsesia: inverni rigidi, neve, gelo, epidemie, disgrazie. Nell’inverno 1865-66 divampò un tremendo incendio a Quarona che coinvolse diverse case, portando sul lastrico una ventina di famiglie. Su questo sfondo si avviò la tradizione del giovedì grasso, quando una schiera di giovani e studenti varallesi approfittando delle feste carnevalesche iniziò a raccogliere offerte per gli incendiati, distribuendo una canzone dialettale composta per l’occasione. Negli anni seguenti l’iniziativa proseguì con la composizione di nuove canzoni, che vennero vendute a favore dei bisognosi. Dal 1866 a oggi, ogni anno fu scritta una “canzone della Giubiaccia”.

L’EVOLUZIONE DELLE MASCHERE VARALLESI

Marcantonio e Cecca sono maschere nazionali d’Italia. La loro storia è piuttosto recente rispetto alle altre tradizioni del carnevale, come la Paniccia. Nel 2005 è stato festeggiato il centesimo anniversario dalla prima interpretazione della maschera. Ma dove e quando è nata la figura di Marcantonio? “Marcantoniu Carlavèe è figlio abortito di ignoti, di professione falabracco, nato sotto il solito cavolo e come tutti gli altri simili prodotti della bontà della valle, trasportato e allevato per carità e con elemosine cittadine nel brefotrofio comunale”. Così veniva descritta la maschera varallese nel testamento pubblico del 1897, anno in cui compariva il nome della maschera per la seconda volta nella storia di Varallo. La prima apparizione risale infatti a qualche anno prima, il 1874, anno in cui il nome era citato nel testo di una canzone dialettale del compositore varallese Giuseppe Rotta.

La storia dell’origine è però celata nel mistero: fino alla seconda metà dell’Ottocento infatti Marcantonio era simboleggiato da un pupazzo che veniva bruciato su un carro. Solo in uncerto momento il fantoccio ha iniziato a comparire vestito con giacca rossa e calzoni verdi, primi segnali del costume che è giunto fino a oggi. La prima apparizione certa in pubblico è del 1905, anche se risale all’anno precedente la comparsa al carnevale di Borgosesia di una carrozza con Marcantonio e la Cecca. Non è certo tuttavia che si trattasse di persone mascherate o semplici fantocci. Sicura è invece l’interpretazione da parte di un uomo (Cleto Imazio, fratello di Arrigo, il poeta detto “Cliss”) che vestì i panni di Marcantonio durante il carnevale del 1905. Secondo la tradizione popolare Marcantonio è il re dei Dughi e dei Falchetti (gli abitanti di Varallo nuovo e Varallo vecchio), nato dalla Veggia Pasquetta e dal Vecchio Bacucco , che è però solo il padre nominale. Diverse sono le interpretazioni per quanto riguarda la provenienza del nome: c’è chi sostiene che Marcantonio fosse un uomo della Crosa, vissuto a Varallo molto tempo fa, mentre altre tesi parlano di un personaggio di nome Marcantonio e di cognome Carlavèe (Carlevèe non sarebbe inteso quindi in forma dialettale di carnevale) e interpretando la maschera gliene abbia dato la paternità. C’è poi ancora chi sostiene che Marcantonio sia un nome di provenienza romana, sinonimo di persona molto alta, imponente, collegata in qualche modo all’espressione dialettale “A l’è un bel Marcantoniu!” per indicare un bell’uomo.

In effetti la tesi potrebbe prendere forma pensando all’attribuzione del nome al fantoccio che all’inizio era alto tre o quattro metri. Nei primi tempi tuttavia, il carnevale era poco sentito in città e per sensibilizzare la manifestazione venne deciso di fare interpretare le maschere da persone autentiche anche per ricambiare le visite del Peru e della Gin, maschere di Borgosesia. Il primo Marcantonio del 1905 fu Cleto Imazio, accompagnato dall’avvocato Vincenzo Negri, che interpretava la Cecca. La maschera femminile fu per oltre mezzo secolo intepretata sempre da un uomo travestito: erano tempi in cui sarebbe stata troppo audace e inopportuna un’interpretazione femminile. La situazione divenne col tempo più matura a partire dal 1948 per la prima volta la signorina Valeria Zanone della Crosa fu chiamata a ricoprire il ruolo della Cecca. Negli anni seguenti sull’onda della moda del dopoguerra si diede avvio alla consuetudine di eleggere la maschera ogni anno durante il veglione che precedeva la patronale di San Gaudenzio, che da allora in poi si chiamò “Ballo della Cecca”. Tanti sono stati in questo secolo di vita gli interpreti di Marcantonio e della Cecca, decine decine di nomi di persone, uomini e donne accompagnati però da un unico spirito: la voglia di divertirsi e portare avanti la tradizione del carnevale. Una storia guidata dalla volontà di queste persone e dal legame alla propria terra, una determinazione che ha permesso alla magia del carnevale di volare sugli anni e di giungere fino al terzo millennio.

 

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QUANDO A VARALLO SFILAVANO I CARRI DI CARNEVALE

Da quando sono disponibili dati storici,  ovvero a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il carnevale di Varallo ha vissuto diverse fasi. Negli anni seguenti l’unità d’Italia il carnevale si svolgeva con pochi mezzi. Erano anni di povertà e le mascherate  e i primi, piccoli, carri allegorici, prendevano spunto dai problemi dell’epoca: la tassa sul macinato, l’esattore o l’ufficiale giudiziario che bussa alla porta. Marcantonio non era ancora interpretato da una persona in carne ed ossa, ma si bruciava soltanto un fantoccio sulla piazza del Grano. In questa epoca si consolidano tradizioni iniziate da poco, come la Giubiaccia nata nel 1866, mentre proseguono iniziative già antiche, come la Paniccia. Con l’avvicinarsi del nuovo secolo però le cose iniziano a cambiare. Le mascherate si ingrandiscono e si organizzano vere e proprie sfilate di carri allegorici.

 

Dal 1890 al 1914 è un susseguirsi di grandi carnevaloni, la partecipazione popolare è imponente e le sfilate e le premiazioni spingono i gruppi a impegnarsi sempre di più per migliorare la qualità dei carri proposti. In Valsesia si contrappongo così due carnevali: Varallo e Borgosesia, entrambi protagonisti di sfilate con grandi carri che soprendono ogni anno di più. Sono questi gli anni in cui matura anche un certo campanilismo tra i due principali centri della valle, che si contrappongono organizzando le manifestazioni nelle stesse giornate, spesso ottenendo poco sia da una parte che dall’altra.

Nel 1915 scoppia la prima guerra mondiale e, nonostante la poca voglia di divertimento, qualche iniziativa carnevalesca sopravvive, come ad esempio la paniccia che si adatta al mutato clima bellico, diventando ottimo pasto caldo anche per prigionieri e soldati. I carri mascherati ritornarono soltanto nel 1930. Fu quello l’ultimo carnevalone prima di una pausa di oltre vent’anni. Con lo scoppio della seconda guerra mondiale il carnevale viene completamente cancellato dal calendario dal 1941 al 1945. Dopo la guerra, nonostante i lunghi e drammatici momenti trascorsi, lo spirito carnevalesco coinvolge di nuovo la città. Si introducono nuove idee: la festa della Veggia Pasquetta riprende in grande stile, l’elezione della Cecca diventa solenne, nasce la consuetudine dello scambio di visite di cortesia tra le maschere di paesi vicini. Nuovi giovani si avvicinano al carnevale portando una ventata di idee. Nel 1953 torna il carnevalone, ricordato come uno dei più “festosi e signorili” carnevali varallesi. I carri sono grandi, imponenti: un elefante di cartapesta fa sognare la “Mille e una notte”, una mezza luna che sorride sovrasta il carro che trasporta le maschere Marcantonio e Cecca. Dopo una breve pausa, un altro trionfo si registra nel 1956, ma è l’ultimo. Varallo dopo quell’anno non avrà più carnevaloni: sorgono nuovi tempi e nuovi problemi e anche il carnevale si deve adattare.

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